lunedì 12 settembre 2016

Passato e futuro.

Dicono sia necessario chiudere definitivamente col passato per andare incontro al futuro. Beh, oggi ho chiuso con tutto quello che avevo lasciato in sospeso del mio passato. 
Ora sono davvero pronta ad affrontare il futuro.


venerdì 2 settembre 2016

Il corno di corallo.

Non bastava aver passato un’intera settimana massacrata, giorno e notte, da una forte emicrania, con lo stomaco sottosopra e con la piacevole sensazione che mi stessero trapanando il cervello…cosa peraltro molto strana per me che, grazie a Dio, non soffro di emicrania e ho sempre vissuto il mal di testa come qualcosa di piuttosto sporadico, legato magari al ciclo, a qualche carenza di sonno o a qualche momento di stanchezza o di stress.

Non bastava, cosa ancora più piacevole, aver convissuto per tutta la settimana anche con improvvisi momenti di vertigine e sbandamento, in uno dei quali ho rischiato di lasciarci le penne.

Non bastava nemmeno, stanotte, aver sognato quel bruttissimo momento…perché, nonostante razionalmente mi ripeta che non devo lasciarmi condizionare (e, di fatto, non lo sto facendo), mi sono spaventata moltissimo e credo che non mi sentirò mai totalmente tranquilla a mettermi alla guida fino a quando questa sensazione di vertigine non sarà del tutto scomparsa.

Oggi, a degna conclusione della settimana, dovevo pure beccarmi la gufata finale: “Il mal di testa non si deve mai sottovalutare. Un’amica di mia cognata aveva sempre mal di testa e ha scoperto di avere un tumore al cervello. Poverina, è morta che non aveva neanche 40 anni”.

Dovrò mica cominciare a pensare, da brava partenopea, di comprarmi un corno di corallo? ;)


mercoledì 31 agosto 2016

La stessa galleria.



Proprio quella galleria, nella quale solo due giorni fa ho rischiato di morire, stanotte si è portata via un poliziotto della mia città…schiantatosi, pare, proprio nel punto in cui per poco non mi sono sfracellata io…

Dio mio…

lunedì 29 agosto 2016

Quando non è giunta la tua ora.

Evidentemente non era scritto che il mio percorso su questa Terra finisse oggi, ma resta il fatto che difficilmente dimenticherò questo spavento e la bruttissima sensazione di perdere il controllo della macchina.
Non so dove sarei adesso se quel giramento di testa l’avessi avuto in un punto più interno della galleria, o magari in curva…o se quella macchina non fosse riuscita a schivarmi…o se io non fossi riuscita a frenare, nonostante la velocità, e accostare in quella piazzola senza schiantarmi contro il guard-rail. Non so nemmeno dove ho trovato la forza di riaccendere il motore e guidare fino a casa, nonostante il malore e la paura, quando avrei solo voluto avere qualcuno vicino che si prendesse cura di me e mi riportasse a casa sana e salva.
Improvvisamente questo forte mal di testa e questa sensazione di "mal di mare" sono quasi passati in secondo piano. Non riesco a non pensare che a quest’ora sarei potuta essere morta e, nonostante sia stata molto fortunata, non è per niente una bella sensazione. 

martedì 12 luglio 2016

Eppure sono contenta.

Sarà banale, ma per me non lo è. Forse perché sono sempre stata convinta che sia importante sapersi accontentare, il che non vuol dire non avere ambizioni ma avere la capacità di apprezzare quello che si ha la fortuna di avere, perché nella vita nulla è dovuto.

Sarà banale perché quella cifra non mi cambia sicuramente la vita, trattandosi purtroppo di un una tantum, ma trovare quell’accredito sul mio conto corrente ha illuminato la mia giornata. E questo non perché io sia una “ziA PaperonA”, anzi chi mi conosce sa che sono tutto meno che una persona attaccata ai soldi. Semplicemente perché quella cifra rappresenta il frutto del mio lavoro (atteso per mesi tanto da cominciare a chiedermi se sarebbe mai arrivato), che solo io so con quanto impegno, amore e sacrificio ho portato avanti, per il tempo che è durato.

Quindi, sarà banale…eppure sono contenta. 

domenica 15 maggio 2016

La foresta dei sogni (G. Van Sant)



Mi sono sempre chiesta come mai le traduzioni italiane dei titoli dei film vadano, nella maggior parte dei casi, a far perdere (se non addirittura a stravolgere) il senso del titolo nella lingua originale. Questa è la domanda che mi sono posta, ancora una volta, non appena è comparsa davanti ai miei occhi la spettacolare ripresa dall’alto della foresta di Aokigahara…un mare di alberi (The sea of trees, appunto). Il dolce, quasi fiabesco, titolo italiano non ha proprio nulla a che vedere con la sofferenza del protagonista, palpabile già dalle primissime inquadrature, né tantomeno con la foresta (realmente collocata ai piedi del Monte Fuji), tristemente nota come la “foresta dei suicidi”. Un caso in Giappone, tanto che il governo nipponico, a fronte dell’altissimo numero di persone che ogni anno vi si reca per porre fine alla propria esistenza, ha fatto installare telecamere per controllare gli accessi, istituendo vere e proprie squadre di ricerca e soccorso e cercando (spesso invano) di dissuadere almeno qualche aspirante suicida mediante cartelli che invitano a desistere dal drammatico gesto e a riconsiderare la bellezza della vita.
Sicuramente a nulla servono questi cartelli nel caso di Arthur Brennan, docente di fisica divorato dai sensi di colpa e dal dolore per la perdita della moglie Joan. Dopo averli letti, imbocca il sentiero di ingresso e comincia ad addentrarsi sempre più nel fitto groviglio di alberi, portando con sé solo un flacone di pillole ed una bottiglietta d’acqua. Proprio quando è ad un passo dal portare a termine il suo scopo, compare, come dal nulla, il giapponese Takumi: debole, barcollante, sporco di sangue e con i polsi inequivocabilmente tagliati…eppure così forte nel proposito di voler uscire da quel luogo di dolore e di morte, per tornare dalla sua famiglia. Qualcosa lega Takumi ad Arthur e soprattutto a Joan, qualcosa che sarà chiaro solo nel finale...
Significativa la (solo iniziale) contrapposizione tra il razionalismo occidentale dello scienziato Arthur e la spiritualità orientale di Takumi, per il quale la foresta è un luogo abitato dagli spiriti, un “purgatorio” nel quale le anime hanno la possibilità di espiare le loro colpe per poi giungere alla redenzione finale. 
Man mano che, mediante l’uso di flash-back a tratti un po’ improvvisati, Van Sant ci narra la storia di Arthur e le vicende che lo hanno condotto ad un passo dal baratro, la foresta perde sempre più l’atmosfera desolata ed inquietante dell’inizio. Quegli alberi, costellati di cadaveri, scheletri, foto, disperati messaggi di addio, diari, peluche, d’un tratto diventano meno spaventosi e sembrano accogliere, e quasi abbracciare, il tormento del protagonista. Un uomo come tanti, né migliore né peggiore di altri, nel quale ognuno di noi potrebbe per qualche aspetto rivedersi, soprattutto quando, a seguito di un evento particolarmente doloroso, ci troviamo a fare il punto sulla nostra vita…a chiederci se le nostre scelte hanno avuto un senso, se siamo stati capaci di capire e apprezzare le cose veramente importanti, dando valore ai sentimenti e agli affetti prima che la vita ce li togliesse.
Una drammatica storia d’amore, l’amore di un uomo e di una donna che, dopo anni di matrimonio, non riescono più ad esprimersi il forte sentimento che ancora li lega, ma solo l’insoddisfazione per un rapporto nel quale non si riconoscono più ed il rancore per tutte quelle volte in cui, invece di tentare di comunicare, sono stati solo capaci di farsi reciprocamente del male. Una coppia che riscopre la complicità e la tenerezza solo quando ormai è troppo tardi.
Eppure “La foresta dei sogni” non è un film di rassegnazione, di sconfitta e di morte, ma un film che scava nell’animo del protagonista (e nel nostro), un percorso di consapevolezza e rinascita. Un’intensa e profonda celebrazione dell’Amore e della Vita.

lunedì 18 aprile 2016

L'equilibrio delle donne.

Alla fine ho deciso di provarlo. Ovviamente parlo dell’infuso della Yogi Tea dal nome così pretenzioso.


Per chi non lo conoscesse, è un infuso ayurvedico che contiene: foglie di lampone, liquirizia, citron verbena, cannella, melissa, zenzero, timo, lavanda, origano, cardamomo, pepe nero, chiodi di garofano. Costa intorno ai 4 euro e all’interno ci sono 17 filtri, ciascuno incartato nella sua bustina. Come si deduce dal nome, è un infuso pensato per le donne, anche se ovviamente può berlo chiunque. Questa la descrizione che ne dà l’azienda:

La tisana Equilibrio delle Donne di Yogi Tea trova spunto nella mitologia Hindu dove le divinità femminili sono rappresentate con molte braccia. Si tratta di un simbolo che indica la capacità di realizzare molte cose simultaneamente. Questo non solo negli aspetti materiali della vita, ma anche per quanto riguarda le forze della natura che governano il corpo e la psiche. Questa delicata miscela di erbe e spezie è un aiuto efficace per riequilibrare tutti i vari aspetti della vita femminile.

Ero curiosa di provarlo già da un po’ di tempo, anche perché ne avevo sentito parlare parecchio, così quando l’ho visto nella vetrina di un negozio biologico della mia città ne ho approfittato subito. Avevo letto diverse recensioni entusiastiche di donne che, oltre a decantarne il buonissimo sapore, gli attribuivano addirittura proprietà benefiche contro la fastidiosa sintomatologia che precede e/o accompagna il ciclo. In particolare, in molte riscontravano una buona efficacia nel contrastare (o almeno ridurre) sintomi come irritabilità, stanchezza, gonfiore e dolori mestruali.

Vi dico subito che questo infuso mi è piaciuto moltissimo, tanto che è entrato subito nella “top ten” delle mie tisane preferite. In particolare, ho apprezzato il suo ottimo sapore speziato ma non pungente (a patto che amiate la liquirizia e la cannella, che sono le due note predominanti) ed il suo buon potere rilassante, per nulla inferiore a quello della camomilla. Per onestà però vi devo dire che, sul fronte più specificamente “femminile”, non ho riscontrato gli strabilianti effetti di cui sopra. Personalmente sono dell’idea che per contrastare il mal di testa, la spossatezza, i crampi etc. ci voglia ben altro che una tisana! A meno che, ovviamente, non siate di quelle donne fortunate che non risentono più di tanto di questa fastidiosa sindrome.,,  
Tuttavia questo infuso mi sembra una validissima alternativa alla camomilla, per quei momenti in cui si fa più fatica a dormire, ci si sente un po’ nervose e stressate o ci si vuole semplicemente concedere un piccolo e piacevolissimo momento relax.


sabato 9 aprile 2016

Pillole di trasloco.

Le alzatacce prima dell'alba, intere giornate in piedi tra montagne di scatoloni e quantità industriali di polvere.

I litigi, di quelli stupidi, legati al nervosismo e alla stanchezza.

Il fastidio all’idea che dei perfetti sconosciuti stiano rovistando e toccando tutte le tue cose, comprese quelle più intime.

L’ammirazione verso questi uomini altissimi e superforzuti, che come le formiche imballano e sballano tutto in tempi record, sollevando pesi che sembrano al di là della forza umana.

La desolazione di stanze completamente spoglie e rimbombanti.

I pranzi e le cene in piedi a base di biscotti e merendine (visto che tutto il resto non si sa dove sia), ridendo come scemi per quella sistemazione tragicomica.

Il magone nel dare un ultimo sguardo alla tua vecchia casetta e nell’uscire per l’ultima volta da quel viale, nel quale sei entrata milioni di volte pensando: “eccomi a casa”.

La malinconia rivedendo, come tanti piccoli flash, 26 anni della tua vita tra quelle mura. La bambina, l’adolescente, la ragazza, la donna. I ricordi vivono dentro di noi e nessuno ce li può togliere…ma dire addio a quella casa intrisa di momenti più o meno importanti è un po’ come chiudere con un pezzo enorme della tua vita.

L’emozione nell’entrare in quella casa nuova nuova, studiartene ogni singolo angoletto e pensare compiaciuta: “com’è bella”.

La strana sensazione di svegliarti e di vivere in una casa che non ti sembra la tua, come se fossi in albergo oppure ospite a casa di qualcuno.

La confusione nel trovare una camicetta in uno scatolone di libri e cartelline…o nel veder sbucare da un altro scatolone, in mezzo a barattoli di pelati, legumi e sottaceti una civetta di peluche!

La gioia nel veder ricomparire, piano piano, gli oggetti della tua vita quotidiana da quella valanga di cartoni e renderti conto che, sia pure molto lentamente, sta ricominciando una specie di “vita normale” dopo quei giorni di abbrutimento e stanchezza.

L’emozione nel pensare che è iniziato un nuovo capitolo della tua vita e la speranza che questa casa nuova possa essere il teatro di tanti momenti belli che verranno. 


venerdì 1 aprile 2016

Pesce d'aprile: come nasce e da dove deriva?

Mi sono sempre chiesta da che cosa derivasse l’usanza di farsi scherzi proprio il 1° aprile, e perché si chiamasse Pesce d’aprile. Così ho fatto un giretto in rete ed ho reperito qualche informazione. 

Innanzitutto, a quanto pare, le origini del tradizionale Pesce d'aprile, ricorrenza che si tramanda da secoli in molti Paesi del mondo, sono incerte e le ipotesi sono numerose.

Non si conosce esattamente il periodo in cui ebbe inizio, né per opera di chi. Gli studiosi di tradizioni popolari forniscono diverse versioni (basate più su congetture teoriche che su dati antropologicamente provati) che avvolgono la nascita di questa tradizione in un alone di mistero.


Si dice, per esempio, che il primo Pesce d'aprile sia stato ordito in Egitto, intorno al 40 a.C., addirittura da Cleopatra, quando sfidò l'amante Marco Antonio a una gara di pesca. Lui tentò di fare il furbo, incaricando un servo di attaccare all'amo una grossa preda che lo avrebbe fatto vincere. Ma Cleopatra, scoperto il piano, diede ordine di far abboccare un grosso finto pesce in pelle di coccodrillo.


L’ipotesi più accreditata negli ambienti accademici fa risalire l’origine del Pesce d’aprile ad un periodo antecedente al 154 A.C., quando il primo di aprile segnava l’inizio dell’anno. Più tardi, la Chiesa soppresse la festa stabilendo l’inizio dell’anno il primo di gennaio. La vecchia tradizione continuò comunque a sopravvivere tra i pagani che per questo venivano derisi e scherniti.

Più in generale vi è chi sostiene che l'usanza derivi semplicemente dalle prime pesche primaverili, agli inizi di aprile appunto, quando era frequente che i pescatori ancora non trovassero pesci sui fondali e, tornando in porto a mani vuote, suscitassero l'ilarità dei compaesani.


Una diversa teoria fa riferimento invece alla riforma gregoriana del calendario. Fino al 1582, infatti, il Capodanno veniva festeggiato tra il 25 marzo e il primo aprile. A seguito della riforma da parte di Gregorio XIII,  il capodanno fu spostato al primo gennaio. Non tutti però si abituarono subito al cambiamento e questi vennero chiamati gli "sciocchi d'aprile".


Un’altra ipotesi, abbastanza diffusa, chiama in causa invece il rito pagano, legato all’antico calendario giuliano, quando il primo di aprile segnava l’inizio del solstizio di primavera. Terminato l’inverno, l’avvento della stagione primaverile segnava il rinnovamento della terra e della vita. In questa occasione, tra il 25 di marzo e il primo di aprile, si usava propiziare gli dèi offrendo doni e facendo sacrifici in loro onore. La festa era anche occasione per esprimersi in massima libertà con lazzi, burle e buffonerie.


Quali che siano le origini di questa tradizione burlesca, indubbio è il fatto che oggi si assiste a una vera e propria gara alla ricerca dello scherzo più fantasioso e meglio riuscito. E allora attenzione al


giovedì 24 marzo 2016

Scene da un maNICOMio

E’ sera, sto uscendo. Scendo le scale. Arrivata al primo piano, trovo una condomina in grembiule sul pianerottolo, con l’aria di chi aspetta qualcuno. Solo in un secondo momento mi accorgo che ha in mano uno SCAMPO, che brandisce come un trofeo.
Mi guarda con aria delusa. “Ah sei tu…Allora mi sa che non mi puoi aiutare…”
Io (con aria un po’ perplessa): “Mah non so…cosa le serviva, signora?”
Lei: “Tu sai come si pulisce questo coso?”
Io: “Scusi???”
Lei: “Mio marito ha detto che per cena vuole mangiare i gamberi. L’altra volta che glieli ho fatti ha detto che non erano puliti bene e non se li è mangiati” (e lo credo!!!). Poi si ferma, dubbiosa: “Senti ma è un gambero questo? Non è che ho sbagliato a comprare?”
Io (cercando di scacciare dalla testa l’immagine di questo pover’uomo che si era ritrovato nel piatto del pesce con le interiora): “Veramente è uno scampo…Comunque la parte commestibile è la coda, quindi per pulirlo deve togliere la testa”.
Lei mi guarda come se stessi bestemmiando: “Solo la testa??? Nooooo!!! Così restano tutte le schifezze qua dentro!”, indicando il corpo dell’innocente mollusco. “E se provassi a incidere qui?” 
Come no, giochiamo all’allegro chirurgo! Cercando di liquidarla con educazione le dico solo “Guardi, signora, non posso aiutarla, mi dispiace…”
Lei, senza perdersi d’animo: “Aspetta, facciamo una cosa. Vado a prendere il libro di ricette…magari dice pure come si pulisce ‘sto coso. Mantieni” e lo allunga verso di me come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Di fronte alla mia faccia sbigottita, mi squadra dalla testa ai piedi e cinguetta con aria candida “Ma stavi uscendo?”. Avrei potuto dirle che quella era la mia idea low cost di sport: mettermi gonna, tacchi e orecchini di perle e farmi 3-4 volte le scale…tanto per risparmiare i costi della palestra! Fortunatamente, prima che mi partisse una risposta non proprio stilnovista, in un barlume di lucidità riprende: “Dai, vai non ti preoccupare. Vedo se passa qualcun altro”.

Poi, mi domando io, se uno esce dal portone parlando da solo, chi è il pazzo?